Da Benvenuto Sofia ricevo e pubblico
Carissimo Giuseppe,
dopo gli ultimi interventi molto interessanti che hanno riguardato il tema centrale della nostra discussione partita più o meno a giugno di quest’anno, mi piace intervenire sia perché “ormai siamo nel ballo e quindi balliamo”, sia perché mi sembra di capire che ci troviamo, finalmente, ad una svolta.
Prendo spunto dall’ultimo post di Gianni Saffioti, con il quale abbiamo avuto di persona, e molto prima di accedere a questo blog, dei bellissimi scambi di opinione quasi sempre terminati con la presunzione da parte di entrambi di essere dalla parte della ragione.
Voglio anzitutto precisare che non ho assolutamente visto un decadimento della discussione, come dice lui, anzi, penso che questa si sia arricchita e stia andando verso la direzione del “fare”, dopo tanto discutere.
Assolutamente vera l’affermazione che si è partiti da un’analisi storica e sociologica supportata dagli interventi del dott. Puntillo e dello stesso Gianni, utilissima per capire le ragioni del degrado della nostra cittadina in particolare e della nostra terra in generale, meno precisa l’osservazione che chi è intervenuto successivamente (Ignazio e Mimmo) abbia parlato di rivoluzione, di elite, di formazione di idee da inculcare ad altri, difesa di partiti e sindacati e quant’altro. Infelice, a mio avviso, la parte in cui si insulta - essere paragonato ad Emilio Fede credo che sia un’offesa per chiunque - chi ha voluto ragionare su coloro che scelgono di rimanere nel proprio paese (Matteo). Per non parlare della parolina “ad arte” (discussione ad arte deviata…..) che è il massimo della sfiducia negli interlocutori. Praticamente si pensa che questi interventi facciano parte di un disegno “occulto”. Secondo me, le affermazioni di Gianni partono da quelle che per lui sono verità assolute. Tizio è schierato a destra piuttosto che a sinistra, Caio è organico a questo o quel partito, Sempronio è troppo “romantico”, qui parole come Speranza, Libertà, Fiducia non possono essere tollerate. Tutti pregiudizi, nient’altro che pregiudizi. Scusami Gianni, ma sai come la penso. Sarò in questo meno delicato di Giuseppe, ma irrompere in una discussione facendo credere che tutti siano in errore e solo tu abbia il Verbo, non mi sembra che porti da nessuna parte. Io sono andato a rivedere gli interventi passati e non mi sembra di averci letto quello che hai letto tu. E non mi riferisco alla conoscenza della lingua italiana. Mi riferisco appunto ai pregiudizi che ognuno di noi deve mettere da parte se vuole affrontare una sana discussione. Mi riferisco al fatto che quasi tutti (Rosario Barilà 14 luglio, Giuseppe Macrì 29 luglio, Danilo Cappellano 3 settembre, ecc.) hanno ribadito che il tempo delle analisi è finito. Bisogna darsi da fare. Dare la colpa alla borghesia, ai partiti politici, ai sindacati, alle associazioni, ai presidenti delle associazioni e compagnia dicendo, non serve più a nessuno. Né tantomeno continuare a dire che a Bagnara manca la cultura giusta, mancano le persone giuste, ancora è prematuro parlare del fare, ecc. E’ proprio per far emergere i mezzi di cui disponiamo che si fanno queste discussioni. E’ proprio per far sì che si facciano avanti gli anestesisti, gli assistenti ed i primari per poter dare corso ad operazioni chirurgiche all’avanguardia (per usare il tuo esempio). Da qui l’interesse alla proposta fatta da Ignazio. Ha usato la parola rivoluzione ma ha anche spiegato di che tipo di rivoluzione si tratta. E’ vero che ha usato il verbo arruolare, ma nel contesto del discorso non ha certo la valenza che tu gli hai voluto attribuire. Fra l’altro lo stesso Ignazio ha escluso che si debba trattare di una guida, a maggior ragione di una guida costituita da coloro che sono espressione di fallimento. Dunque, come vedi, già le analisi coincidono. E poi la voglia e l’intento di tracciare una strada che i giovani potranno percorrere in piena autonomia riconoscendone gli esempi positivi. Io in tutto questo vedo la possibilità che delle persone, che credono di avere delle cose da dire e soprattutto da dare, possano trovare uno spazio, fuori da ogni strumentalizzazione, dove discutere, confrontarsi e soprattutto proporre. Se per classe dirigente intendiamo un insieme di persone che per cultura, per formazione, per spirito altruistico, vogliono impegnarsi e si sentono capaci dal punto di vista intellettivo e morale, ad occupare posizioni che possono incidere nei campi della politica, della cultura e più in generale della società, allora penso che la strada sia quella giusta. Non è affatto implicito che poi queste persone debbano per forza formare delle “liste civiche”; è possibile, ma non necessario. E’ mia opinione che abbiamo la necessità di concentrarci più che sul “già fatto”, su quello “che c’è o rimane da fare”. Ed anche sul già fatto c’è da discutere. Come sottolineava Giuseppe dando il titolo ad un mio contributo sul blog, io sono convinto che “non tutto è da buttare”. E poi, se vado a rileggermi il mio primo intervento fatto dopo quello di Claudio e quello tuo (5 giugno 2008), dove dicevo “…. stimolare tutte le forme di associazionismo, sociale ed anche politico-partitico che mettano al primo posto le discussioni, la circolazione delle idee, l’educazione al rispetto del pensiero altrui. Inoltre, fondamentale, partire dalle scuole ed instaurare un colloquio abituale e sano con gli insegnanti, con i bambini, con i ragazzi, con le famiglie attraverso l’organizzazione di convegni, di letture di testi, di quotidiani, di attività teatrali, cinematografiche e quant’altro serva a svegliare i cervelli…”, come faccio a non essere d’accordo con questa proposta? Aggiungo che mi convince ancora di più dopo l’ultimo intervento fatto da Ignazio (leggi Fuggire la sindrome del soldato giapponese del 5\11), in cui appunto, replicando al garbato scrivere di Mimmo (Lopresto, "Un mondo nel quale la politica..." del 31\10), spiega ancora più concretamente l’idea che ha voluto proporre.
In che modo l’intervento di Mimmo poi porti al declino della discussione non riesco proprio a spiegarmelo. Semmai le sue perplessità alzano, e di molto, la serietà ed il carattere “scientifico” della discussione. Contribuiscono ad analizzare sotto altri aspetti il tema trattato. Scaturiscono in questo caso da un’esperienza personale fatta all’interno di un partito e di un sindacato e vengono portati serenamente all’interno di una discussione, senza demonizzare nessuno. E’ evidente che chi, come me, non ha avuto una formazione “partitica” è più propenso ad abbracciare l’idea che bisogna unire soggetti provenienti dalle più disparate culture politiche e sociali affinché si parlino e partecipino alla realizzazione del bene comune. Lo stesso penso che valga per Giuseppe che in tutta questa discussione ha avuto il merito di invogliare alla partecipazione con i suoi commenti pacati, moderati, ma decisi quando è stato necessario riportare il tutto al rispetto delle opinioni di tutti.
Mi domando infine, e chiudo: rispetto alle nostre convinzioni pluralistiche più volte manifestate a parole (sia a destra che a sinistra), è preferibile quanto proposto e poi spiegato meglio da Ignazio o quanto affermato da Tito in un suo post del 22 giugno 2008: “a Bagnara occorrerebbero “guide”, gente che abbia un rapporto verticale, ancorché costruttivo, ma rigidamente verticale colla popolazione, poiché quello orizzontale non funziona e non funzionerà. Soprattutto in ambiente di sottosviluppo: non può funzionare. Ci voglio Capi, Guide sicure e decise”.
Con tutto il rispetto, non sono d’accordo. Il nostro è sì un ambiente di sottosviluppo, ma la medicina per uscirne è rappresentata dalla presa di coscienza delle nostre possibilità, dal rispetto per gli altri e dalla condivisione delle regole. Ricordo a Tito che lui stesso (post del 17 giugno 2008) diceva: “Finiamola di fare le vittime, di aspettare il terremoto per poi rivolgerci alla Madonna perché ci protegga. Noi siamo i migliori: lo abbiamo dimostrato sempre e ovunque”.
E allora? Di quali guide abbiamo bisogno? Affidiamoci alle nostre forze e facciamo in modo che dal miglioramento della società vengano fuori persone in grado di formare la famosa “classe dirigente”.
Posto che la società orizzontale è difficilmente realizzabile, vogliamo lavorare perché si possa sempre più realizzare a vantaggio dei nostri figli, dei nostri nipoti e della nostra terra, oppure ci vogliamo consegnare a quella odierna che è sempre più verticale, gerarchica, piramidale, in cui il vertice può tutto e non teme nulla? E soprattutto in cui chi può va avanti e chi è più debole soccombe? Vogliamo lasciare che altri decidano per noi (concetto una volta espresso su questo blog da Gianni e rifiutato, naturalmente), o vogliamo imparare a prenderci le nostre responsabilità e diventare adulti guardando al futuro facendo tesoro dell’esperienza del passato?
Cordialità per tutti, Benvenuto