Da Ignazio Badalì ricevo e pubblico
In questi giorni ne ho sentite un po’ di tutti i colori. Reazione sorprendente! Sicuramente da preferire ad un silenzio tombale. Lascio da parte i complimenti perché il mio intento non era quello di sostenere una tesi di laurea, né di far lezione ad alcuno. Di quello che ho sentito accetto tutto, anche l’inaccettabile, purchè si ammetta che, dalle recriminazioni e dai buoni propositi, è necessario passare al tentativo di dare concretezza ad un auspicabile colpo d’ala.
Dissi in premessa al precedente intervento che lo strumento che stiamo utilizzando impone sintesi e selezione analitica, pertanto chi è attratto da altri temi, dovrebbe avere la bontà di attendere.
L’accusa più ricorrente che mi viene rivolta è quella di ricercare una soluzione elitaria. Trattando di classe dirigente il concetto di elite è implicito nella materia; altrimenti si parlerebbe per esempio di masse in movimento o di autocoscienza del gruppo, cose - queste si - che forse stanno in cielo ma non in terra. Quello che non ho potuto chiarire prima, per le note esigenze di sintesi, è che tale istanza non è una mia originale trovata, essa piuttosto sale dalla popolazione che reclama un coinvolgimento di individui ritenuti in grado di determinare una svolta, solo se decidessero di cooperare disegnando insieme una valida e percorribile proposta di sviluppo, soffermandosi magari a curare il piano integrato degli interventi realizzativi, scambiandosi esperienze e conoscenze, ecc. La rivoluzione di cui parlavo era rappresentata dalla novità costituita dall’accettazione di questi soggetti a rendersi disponibili per dare una mano al proprio paese, posponendo gli interessi di parte a quelli più generali. Niente di più.
Un tempo fece molto scalpore, scoprire - a distanza di tanti anni dalla fine del 2° conflitto mondiale - su qualcuna delle numerose isolette che si ergono dai fondali del Pacifico, la sorprendente presenza di elementi isolati dell’esercito giapponese che ignari della fine delle ostilità e fedeli alla consegna ricevuta, erano rimasti inutilmente a presidiare un sito che evidentemente non faceva gola a nessuno. Il primo casuale e tardivo ritrovamento determinò, ovviamente, l’ipotesi che potevano esistere altri casi analoghi e pertanto fu finalmente avviata un’esplorazione che permise di recuperare altri sventurati che, oltre agli stenti sopportati, avevano sacrificato anni della loro esistenza per una causa che da tempo non esisteva più. Quei soldati suscitarono incredulità, perfino commiserazione. Creava ammirazione la loro cieca fedeltà, ma erano fuori dal tempo; anche nell’esteriorità: le divise che quei sopravvissuti continuavano ad indossare non erano più quelle in dotazione al moderno esercito nipponico.
Il restare indietro e sprecare il tempo per mancanza di comunicazioni possiamo identificarlo come una sorta di “sindrome del soldato giapponese”. Onore alla fedeltà. Rammarico per un impegno speso in un contesto che, fermandosi, esce dalla realtà che invece è in continuo divenire. Aggiungo immediatamente che nessuno può ritenersi aprioristicamente immune dal contrarre tale “patologia” e, se può consolare, anche chi scrive ha talvolta seri dubbi che possa essere sempre possibile debellare il “virus”.
Aderisco volentieri all’invito rivoltomi da chi ci ospita, non solo per doverosa cortesia, ma anche perché la raffinata e puntuale analisi compiuta dall’amico Mimmo Lopresto merita (come pure le perplessità espresse verbalmente da altri), non tanto una replica, che non può avvenire su principi differenziati che vanno semplicemente rispettati, ma delle precisazioni oltre all’invito a verificare la sostenibilità della preminenza delle strutture partitiche rispetto ad altre forme aggregative e quindi di partecipazione.
Chi come noi si è formato oltre che sui libri di scuola, su altri libri e ha frequentato giovanissimo quelle che un tempo erano le sezioni di partito o ambienti che ad essi si riferivano, non fa fatica a valutare quanto di buono c’era in quelle strutture di base. Se siamo diventati quelli che siamo, oltre che alle nostre propensioni e alle nostre presunte qualità, lo dobbiamo a quei laboratori culturali e di azione sociale che erano le sedi, pertanto non solo terminali di strutture politiche nazionali a caccia di consenso elettorale. Dichiarare di essere autenticamente apolitico, a quel tempo, equivaleva ad ammettere di avere una sensibilità e una preparazione monche. Questo mondo si è concluso, non esiste più. Per amor di Dio! Lungi da me l’idea di soffermarmi a dissertare sul come e perché. Non ho alcuna intenzione di scrivere un libro online.
Sarebbe una traccia interessante, però, prendere in considerazione il fatto che se giovani e meno giovani oggi preferiscono restare lontani, decretando l’estinzione di quelle che un tempo furono le sedi di partito, può darsi che la colpa non sia interamente di chi si astiene dal partecipare, ma che buona parte di responsabilità risiede proprio nel modo con cui si propongono i partiti nuovi, comunque eredi e “faticosa” sintesi della catastrofe (anche indotta) che ha spazzato quelli vecchi. Può darsi che più avanti il ciclo vichiano ricominci. Intanto è problematico che si possa stimolare un interesse nei confronti di questi cartelli elettorali camuffati da partiti. Anzi, la tendenza è di segno completamente opposto. Non sarà, per caso, dovuto al fatto che entrandovi non si trova certo un ambiente solidale ma una prima trincea su cui attestarsi?
Non sono sicuro che sia indispensabile condividere comuni ideali per potersi impegnare nel riscatto del proprio territorio. L’incertezza me la forniscono alcuni fatti. Intanto pare che questo non sia il momento più adatto per sollevare pregiudiziali ideologiche. Anche il trionfante liberalismo ha le sue belle difficoltà, forse dettate dal fatto che avendo fatto fuori i concorrenti, si è aggrovigliato su se stesso per assenza di nemici.
Forse è il caso di parlare “semplicemente” di valori. Mi pare che questo non costituisca un problema neanche a livello nazionale, tanto che da una parte e dall’altra quotidianamente assistiamo ad inviti al dialogo. Forse qualcuno c’è già stato, non è escluso che ce ne siano altri.
Ma quello che ha fomentato le mie insicurezze al riguardo, è stato apprendere che tra gli attivisti della Lega Nord c’è un ex BR. Un rivoluzionario di sinistra e Borghezio nello stesso partito! Non sarà che in altri posti d’Italia, pur con problemi molto meno gravi dei nostri, riescono a rimuovere con disinvoltura qualsiasi ostacolo che si frappone tra quanti possono rendersi utili per la rivendicazione delle istanze locali? Non sarà invece che in noi permangono difetti atavici, trasmessi dai nostri progenitori ellenici, capaci di elevare una civiltà raffinata e nel contempo dannarsi in un particolarismo autodistruttivo?
Noi possiamo scegliere di emulare i membri delle fazioni ateniesi o adottare il principio della “concordia” romana.
Se il problema consiste nel ritenere non appropriato conferire alle associazioni il compito di coinvolgere un primo nucleo di volenterosi, e qualcuno riesce a trovare altre formule, non sussiste alcun problema. Vero problema sarebbe non trovare alcun sistema per partire.
Non chiedo di comporre un unico partito civico, piuttosto un Senato civico. Luogo di incontro e di confronto, di proposte, analisi e studio delle problematiche, ricerca delle soluzioni, per operare un progressivo sviluppo socio-economico. Dove ci sia spazio oltre che per i rappresentanti politici, anche per quelli del mondo della cultura, del lavoro, dell’imprenditoria, della società civile, di quello giovanile. In modo che lo sforzo sia corale, pigliando esempio dai nostri valenti pescatori che agiscono all’unisono nel tentativo di riportare in acqua una pesante imbarcazione arenatasi sulla spiaggia. Non ci provano uno alla volta. Nessuno singolarmente potrebbe riuscire. Ma trovano tutti insieme la forza e l’abilità necessarie per rimettere in corsa il natante. E in questo esercizio gestuale che può apparire irrilevante, si verifica invece un fatto altamente simbolico che accade di rado: tutti spingono nella stessa direzione.
Non chiedo a nessuno di rinunciare ai propri valori e ai propri riferimenti culturali ed ideali; io per primo non rinuncerei mai ai miei. Come nessuno chiese ai monarchici, ai liberali, ai repubblicani, ai primi socialisti, di rinunciare alle dottrine, talora diversissime, a cui ognuno di loro faceva riferimento, per cooperare alla realizzazione del Risorgimento italiano.
Non so quanti hanno già avvertito la problematicità degli anni che abbiamo di fronte. A prescindere dalla crisi economica che per una realtà come la nostra potrebbe scorrere (almeno questo è l’augurio) con effetti di ridotta intensità, il vero fronte è rappresentato da altri pericoli. Se restiamo immobili, se ci ostiniamo a farci portare dalla corrente senza muovere un dito, corriamo il rischio che questo paese torni ad essere un piccolo borgo di pescatori o giù di lì, con un regresso di oltre 1.000 anni.
Ignazio Badalì