Carissimo Giuseppe, ti invio alcuni miei brevi spunti di riflessione che partono dall'articolo dedicatomi da Giovanna Cosentino su CalabriaOra.
Questo riconoscimento non è nè un punto di partenza, nè un punto di arrivo. La prosaicità non fa parte del mio carattere. Questo è più che altro, per me, la dimostrazione, se ce ne fosse il bisogno, di come la fatica di chi sceglie di rimanere ad onorare e far progredire la nostra terra può non essere vana. E quando parlo di fatica, non parlo solo di chi si impegna negli studi e raggiunge una laurea o un dottorato di ricerca, ma parlo anche di chi, giovane o meno giovane, con o senza una famiglia sulle spalle, si spacca letteralmente il filo della schiena in lavori di manovalanza, spesso in nero e in condizioni lavorative disagevoli, rischiandolo e talvolta rimettendocelo, quel filo della schiena (e la nostra cittadina, ahimè, in passato, lo ha vissuto sulla propria pelle).
Questa è, ancora, la prova provata che la fatica di questi ragazzi e ragazze, uomini e donne, non può e non deve essere considerata di minore importanza da chicchesia, anche fosse un compaesano, paragonandola con la propria formazione acquisita oltre i confini calabresi e dileggiandola come mai si dovrebbe e si deve fare. Alcuni mesi fa, un manager reggino mio amico, formatosi presso la Mediterranea ma, ahinoi, costretto a doversi spostare per motivi lavorativi a Roma, mi raccontava di come gli imprenditori avveduti del Nord considerino, ancora oggi, chi proviene e si è formato al Sud come molteplicemente (la determinazione del fattore la lascio a chi legge) forte rispetto ai coetanei del Nord, proprio per il fatto che quegli, per potersi far notare, debba dimostrarsi molteplicemente tenace, molteplicemente formato e molteplicemente valido, a causa dell'humus di provenienza.
Mi si permetta, altresì, di dire che non se ne può più di chi sfrutta in maniera inconsulta e proditoria questa fatica pur dileggiandola, a chi gioca e sfrutta le gioie e i dolori, ma soprattutto la paura e la speranza della gente comune.
Già la speranza: l'uomo ha sempre progredito proprio per la speranza di migliorare la propria posizione, di avvicinarsi quanto più possibile all'ottenimento del bene comune. Oggi, invece, sembra proprio di vivere non in un mondo di speranza, ma di paura: paura del futuro, paura del diverso, paura forse addirittura di se stessi. Dovremmo, invece, tornare a gridare forte questa parola, «speranza», che nessuno ci può togliere, e che è l'unica possibile molla che ci proietta verso il futuro e che non relativizza il nostro presente.
Alcuni esempi, nella nostra cittadina, di questa speranza è, mi si permetta di dirlo, la Scuola Civica di Musica e l'Orchestra di Fiati, dirette dal maestro Vincenzo Panuccio, alcune Associazioni culturali e religiose, l'AGESS, il neonato (lo apprendo oggi da CTG online) Gruppo Culturale Femminile "Le Bagnarote", etc..., per non parlare dei Vigili del Fuoco Volontari, che meriterebbero un maggiore sostegno e appoggio alla loro causa. Ma non mi sembra il caso di entrare in polemiche politiche cittadine...
Intendo concludere dicendo che le forze fresche, sincere e veraci che la nostra cittadina muove non possono essere manipolate e manovrate da chicchesia. Quelle forze, invece, stantie, non sincere e non veraci, per cortesia, si mettano da parte, non ne abbiamo bisogno.
Matteo Cacciola
| inviato da
Giuseppe Barilà il 23/9/2008 alle 8:37 | |